Suor Cristiana – Un Dio vicino, che mi ha preso sul serio…

Suor Cristiana

Un Dio vicino, che mi ha preso sul serio...

Ho iniziato a dirlo a tre, quattro anni, da grande farò l’infermiera e a chi mi chiedeva perché rispondevo che volevo aiutare gli altri.

Sono la secondogenita di una famiglia formata da papà, mamma e nonni paterni, viviamo tutti nella loro casa risistemata per starci insieme, mio fratello ha tre anni e mezzo più di me. In casa c’è una fede vivace, schietta e molto pratica.

Mio papà si ammala gravemente. Il problema è il cuore. Dai miei sette anni agli undici è più il tempo che passa in ospedale che con noi, il mio desiderio di fare l’infermiera diventa una specie di obbiettivo che aiuta a rendere questo tempo meno spaventoso e più vivibile, l’ospedale è un luogo dove passo tanti pomeriggi della domenica e le infermiere, che ormai ci conoscono, ogni tanto mi coinvolgono in piccole imprese. Portare un lenzuolo pulito a quell’infermiera, portare il piatto o una compressa al mio papà che… ci lascia nel momento in cui sta meglio… è una grande ferita, la copro subito di una scorza spessa e impenetrabile, non la voglio nemmeno guardare. Per chi ho intorno la fede è luce e speranza. Per me la luce e la speranza sono la cura delle persone che hanno fede: presenti, attente, generose, sorprendenti nel soccorrere e prevenire, questa cosa mi convince, i discorsi mi fanno solo arrabbiare, ma non lo confesso a nessuno, lo farò solo dopo i trent’anni…

Intanto cresco in una comunità parrocchiale in cui operano i frati cappuccini e la relazione tra la famiglia e la comunità ha dei momenti forti di contatto, tanto che più volte, da adolescente e giovane, mi sento dire da mamma che posso andare anche a dormire in parrocchia, visto che ci vivo! Con le scuole superiori incontro anche il movimento di Comunione e liberazione, l’esperienza di fede si fa ancora più appassionante e concreta, ha a che fare con la vita, in tutti i suoi particolari ed è una vita condivisa da una comunità, sempre più ricca di volti, nomi e modi differenti di vivere la stessa fede.

Dopo due anni di liceo scientifico, mi iscrivo alla scuola per infermieri della mia città, Lecco. Una delle prime lezioni di assistenza infermieristica è dedicata alla presentazione del “problem solving” applicato all’assistenza, in cui si dice che l’infermiere prende in carico tutti i bisogni dell’uomo/donna che assiste, non solo quelli relativi alla patologia di cui soffre. Sono colpita. È proprio quello che voglio fare e… tornata a casa, a tavola, lo racconto. Mio fratello con aria sorpresa mi dice: “L’infermiera… si prende carico di tutti i bisogni dell’uomo? Credevo fosse stato Gesù Cristo” e poi continua a mangiare, come se niente fosse. Resto in silenzio, la riflessione che mi nasce è che forse ha ragione, che questo “tutto” per l’infermiera è un po’ troppo.

Mi diplomo nel 1983, inizio subito a lavorare e nel 1989 completo la mia formazione con il corso di Capo Sala, dall’anno seguente insegnerò alla scuola infermieri.

La fede e la vita dialogano sempre di più, ci sono relazioni affettive importanti, mai però che abbiano preso la forma della definitività, sogni di missione come infermiera, c’è l’esperienza del dolore e della morte, che ogni giorno diventa un appello più forte, c’è un dialogo con Gesù che si fa sempre più intenso e familiare con cui sono in dialogo: la Messa quotidiana, la Liturgia delle Ore e l’amicizia sempre più profonda con alcuni frati, diventano appuntamenti che ritmano delle giornate intense di lavoro, servizio (in parrocchia, con i disabili, con i ragazzini di una periferia difficile…), amicizia e famiglia.

La vocazione sboccia mentre nemmeno ci pensavo, come un fiore inatteso, dentro a questa trama. C’è stato un momento in cui almeno sei, sette persone, diversissime e non in contatto tra loro, mi hanno aperto la domanda, tutte nel giro di una decina di giorni. Rispondevo sinceramente, ma in modo superficiale, che non ci avevo pensato e non intendevo farlo. Poi il giorno di Tutti i santi del 1992, tornando dalla santa Messa ho avuto una intuizione chiarissima di una domanda: non ti sei accorta che ti sto chiamando? Non sono riuscita a eluderla, dimenticarla, negarla: era lì.

Inizia un tempo di verifica col mio confessore in cui teniamo aperta questa possibilità e cerchiamo di darle forma, sono stupita io stessa della chiarezza che ho dentro: se il Signore mi chiama, mi chiama senza dubbio sulla via di Francesco d’Assisi e siccome sono donna, di santa Chiara, perché i frati sono stati lo strumento principale del mio incontro con Lui.

Ci sono momenti di paura e altri di entusiasmo nel tempo del mio discernimento, che mi porta in due anni ad entrare in monastero a Leivi.

È il 1994, ho trent’anni, il Signore comincia a farmi prendere davvero in carico l’uomo con tutto il suo bisogno, nell’unico modo possibile: diventando uno con Lui. Da allora questo mio desiderio non ha mai smesso di compiersi, in modo sempre nuovo e sorprendente, Egli, come dice san Francesco, è fedeltà.

 

Suor Cristiana
Monastero di Leivi