II Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

+ Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11)

1 Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù.2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 4E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. 5Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”. 11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Lectio divina

L’episodio delle nozze di Cana, insieme all’Epifania (6 gennaio) e al Battesimo (9 gennaio), costituisce una sequenza narrativa sulla manifestazione del Signore. Nel giorno dell’Epifania viene celebrata la manifestazione del Signore alle genti e, attraverso la figura dei Magi è riconosciuto Re dei Giudei; nel Battesimo al Giordano vi è la manifestazione ad Israele e Gesù è rivelato dal Padre come suo Figlio; a Cana Gesù si manifesta ai suoi discepoli compiendo il primo dei segni che svelano la sua gloria.

Nella narrazione di Giovanni gli eventi, che intercorrono dal riconoscimento di Gesù al Giordano da parte di Giovanni Battista fino alle nozze di Cana, sono racchiusi nello spazio di una settimana, in riferimento alla settimana della creazione (cfr. Genesi); è in atto una nuova creazione: come Dio aveva creato il mondo e l’uomo in sei giorni, così Gesù ora ricrea l’uomo e la realtà, fa rivivere tutto il creato e lo riporta alla sua bellezza originaria, lo riporta al suo vero principio, cioè al Padre; ma anche, come ci viene detto, la festa di nozze avviene “nel terzo giorno” (v.1) richiamo e rinvio alla Pasqua (“l’ora di Gesù”) l’ultimo dei segni di Gesù, il dono d’amore più grande che ci riconcilia con la Vita.

Il nostro brano, simbolo dell’antica alleanza in cui Dio appariva come lo Sposo del popolo, non ruota attorno alla figura degli sposi novelli, di cui non sappiamo nulla, ma attorno all’intervento di Gesù come invitato: è lui il nuovo Sposo, come aveva ben visto il Battista (cfr. Gv 1,15.27.30). E manca il vino, quello che solo il Messia avrebbe portato, il vino simbolo dell’amore e della gioia, compimento delle promesse di Dio al suo popolo.

Nelle Scritture il vino è innanzitutto promessa di Dio stesso, dono della beatitudine fatto al suo popolo. È il vino che segnerà il banchetto escatologico promesso, attraverso il profeta, a tutti i popoli della terra, quel banchetto in cui si celebrerà la liberazione definitiva dalla morte. È il vino della gratuità, che fa trascendere la vita sotto il segno della necessità del pane, in un eccesso che chiama l’uomo e la donna fuori di sé. Per questo nel pasto lasciato da Gesù come suo memoriale ci sono il pane necessario e il vino gratuito, perché l’uomo deve sentirsi creatura bisognosa, ma anche capace di creazione, di bellezza, di canto e di danza. Non c’è dunque celebrazione di nozze senza vino, e la madre di Gesù per questo interviene; ella è presente all’“inizio dei segni”, come alla fine dei segni, quando starà presso la croce (cf. Gv 19,25). Proprio in quanto madre, vedendo che in queste nozze non c’è vino, si rivolge a Gesù con audacia per dirgli: “Non hanno vino”. Ma la risposta di Gesù frappone una certa distanza tra sé e sua madre e sottolinea l’autonomia della sua missione da qualsiasi vincolo umano poiché la sua ora dipende soltanto dal Padre.

Le parole di Maria: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”, mostrano l’identità del discepolo, chiamato a vivere come i servi che si fidano della Parola, anche se non comprendono tutto, e fanno la loro parte, divenendo collaboratori della gioia e custodi del segreto della sorgente. Non può dire altre parole, perché è una donna credente, capace di ascolto, obbediente al Signore: è la prima discepola.

Gesù, che fa riempire d’acqua le anfore di pietra (legge) e portare in tavola, con questo gesto realizza il passaggio dall’antica alla nuova alleanza con il dono del vino, che simboleggia l’esperienza diretta e personale, nella gioia e nell’amore, della relazione tra Dio e l’uomo: “Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17). Quello che la legge prometteva, Gesù lo rende possibile in sovrabbondanza; quello a cui anelava il cuore dell’uomo ora diventa vivibile, gustosamente esperibile: l’uomo vive finalmente la pace con il suo Dio, in un amore ritrovato e condivisibile. E questo si vedrà proprio nella sua ora quando dalla croce risplenderà il suo amore infinito, amore che, con il dono dello Spirito Santo, diventa radice di vita e di azione nel suo discepolo e segno di Dio per il mondo intero.

A Cana non accade nulla di eclatante, se non che un evento ordinario di vita viene ritenuto da Gesù così importante da operare il suo primo miracolo.

E lo fa con uno spreco inaudito, perché la semplice gioia di due sposi vale questo spreco, questo sovrappiù di amore e di dono. Ecco l’uomo nuovo che Gesù crea: l’uomo che Dio ama in eccesso, a cui Dio rivela questo amore, questa parola.

E i discepoli sono chiamati a credere proprio a questo, a vedere la gloria di Dio che si rivela non più come sul monte Sinai tra lampi e tuoni, ma nella gioia ritrovata di due sposi.

Con questo segno Gesù ci ha semplicemente salvati da quel male sottile che distrugge la nostra umanità: la mancanza di vino, l’assenza di amore e di gioia. Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto o facciamo, quando la vita si trascina stanca­mente, quando ci assalgono mille dubbi, e gli amori sono senza gioia, le case senza festa, la fede senza slancio, quando viene a mancare quel non-so-che che dà qualità alla vita, un non-so-che di energia, di passione, di entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose. Occorre qualcosa di nuovo: Gesù stesso, volto d’amore di Dio. Maria indica la strada: «Qualunque cosa vi dica, fatela». Fate ciò che vi dice, fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. E si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta a felice. Più Vangelo è uguale a più vita. «Riempite d’acqua le anfo­re». Solo acqua possiamo por­tare davanti al Signore, nient’altro che acqua. Ep­pure la vuole tutta, fino al­l’orlo. E quando le sei anfo­re della nostra umanità, dura come la pietra e povera co­me l’acqua, saranno offer­te a Lui, colme di ciò che è umano e ci appartiene, sarà Lui a tra­sformare questa povera ac­qua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura.

Il nostro Dio è il Dio delle nozze di Cana, il Dio della festa, del gioioso amore danzante; un Dio felice che sta dalla parte del vino migliore, che soccorre i poveri di pane e i poveri di amore, un Dio che trova gioia nella nostra gioia. Credere in Dio è una festa, l’incontro con Lui genera vita, vita in abbondanza che niente e nessuno ci può strappare!

Sr. Maria Letizia

Monastero di Bergamo